Forse ve lo ricordate…
Qualche anno fa, il Comune e la Parrocchia, riuscirono a realizzare un sogno straordinario: grazie alla sensibilità e alla collaborazione del dott. Giovanni Valagussa, un’opera molto importante per Torre Boldone tornò a casa.
Vi tornò solo per un mese, ma fu davvero un’emozione per tanti, compresi gli alunni delle scuole che poterono ammirare l’opera e scoprire un pezzo di storia del loro paese.
La domanda più gettonata tra i visitatori fu: “Perché non l’abbiamo tenuta?”.
Stiamo parlando di quello che a Bergamo è conosciuto come “Trittico di Torre Boldone” e che vi aiuteremo a scoprire meglio.
Per comprendere appieno l’opera d’arte, dobbiamo innanzitutto tornare indietro nel tempo, per la precisione intorno all’anno 1000 d.C. quando nel villaggio di Torre venne costruita una chiesa. Non abbiamo alcuna immagine della prima parrocchiale del nostro paese, ma ci aiutano alcune descrizioni, soprattutto quelle stese in occasione delle periodiche Visite Pastorali dei Vescovi.
Sicuramente si trattava di una chiesa romanica, massiccia, con poche o nessuna finestra: altre chiese coeve delle nostre zone mostrano facciate a capanna con tetto in legno a spioventi e la logica induce a pensare che fosse così anche la nostra.
Nonostante Torre fosse un minuscolo centro abitato, la chiesa non era però piccola o disadorna, visto che le relazioni dei Vescovi che si sono succeduti nel tempo, ci raccontano di un edificio ad aula unica con 4 altari e di pareti “ornate”: vista l’epoca possiamo ipotizzare con una certa sicurezza che le decorazioni fossero affreschi, preziosi per la catechesi.
Poiché i fedeli generalmente erano analfabeti, era dalle immagini dipinte sulle pareti delle chiese che essi potevano apprendere le verità di fede e conoscere le edificanti vite dei Santi; capitava anche che facessero dipingere un’immagine a proprie spese per riconoscenza per una grazia chiesta e ricevuta.
C’era anche un dipinto prezioso, molto importante, che in una delle visite pastorali venne definito “una bella icona”: era la pala d’altare dedicata al Santo patrono, Martino di Tours. Conosciamo l’autore di quest’opera perché la firmò: “OPUS FACTUM VENETIIS/PER BARTHOLOMEUM VIVARINUM/DE MURIANO 1491”.
Bartolomeo (1432 – post 1491) era un esponente della “bottega” dei Vivarini di Murano (VE) che produsse moltissime opere che si possono ammirare ancora oggi in chiese e musei, in Italia e all’estero.
Perché un pittore veneziano?
È curioso notare come tra il ‘400 e il ‘500 Bergamo si riempì di opere d’arte di pittori milanesi e veneziani che lavoravano per i committenti bergamaschi: chiese ma anche famiglie della nobiltà e della borghesia del tempo. È forse ancora più curioso notare come i committenti della città, preferissero l’arte dei milanesi, mentre quelli delle valli l’arte dei veneziani.
Inoltre tra gli artisti veneziani, in Valle Brembana preferivano Bellini e i suoi allievi, mentre la Valle Seriana privilegiava i Vivarini. Questo creò nelle persone un gusto stilistico che fece sì che anche gli artisti successivi si siano adeguati al modello preferito dalla gente.
Un’ultima curiosità: con l’arrivo a Bergamo di Lorenzo Lotto (chiamato dai Martinengo Colleoni per dipingere la grande, magnifica pala per la chiesa dei domenicani), molti si staccarono dal modello dei polittici (grandi quadri composti da diverse parti, ciascuna delle quali ospitava una figura di Santo, unite tra di loro da un’ancona, di solito in legno dorato) per passare alla cosiddetta “Sacra Conversazione”, con le figure dipinte in un’unica scena e con “legami” tra di loro (uno sguardo, un gesto, la postura, …).
Le sacre conversazioni vennero richieste e accolte in moltissime chiese: solo la Valle Seriana continuò a privilegiare il modello dei polittici, anche se ormai superato.
Arriviamo così al nostro trittico: nonostante l’archivio parrocchiale non conservi alcun documento riguardante la sua acquisizione, c’è la ragionevole certezza che sia stato commissionato a Bartolomeo Vivarini da un abitante di Torre, se non direttamente dal Parroco. Accadeva spesso, infatti, che i mercanti bergamaschi che lavoravano a Venezia, portassero in omaggio per le loro chiese dei quadri, che solitamente arrivavano trasportati sui loro stessi carri.
Esaminando con attenzione la struttura dell’opera, è facile ipotizzare che si tratti della parte inferiore di un insieme più complesso. In altri esempi coevi, infatti, vi è sempre la presenza di una cimasa: alcuni storici ipotizzano che, nel caso del trittico di Torre Boldone, potrebbe trattarsi di quella oggi conservata a Grenville, che rappresenta il Cristo morto che sorge dal sepolcro, affiancato da due angeli.I diversi scomparti dell’originaria opera erano certamente, come accadeva sempre, divisi tra loro da pilastrini in legno dorato e lavorato, non “schiacciati” dalla semplice cornice ottocentesca in cui li vediamo oggi. Appare plausibile che l’opera sia stata ceduta in momenti diversi e ad acquirenti diversi.
Il trittico è oggi composto da tre tavole di legno: le due laterali hanno le stesse dimensioni mentre quella centrale è più grande e ciascuna è delimitata in alto da un arco a tutto sesto; l’insieme dell’opera misura 1,18 m x 1,32 m.
Il trittico ha subìto nel tempo dei rimaneggiamenti: pesantemente restaurato nel 1839, venne ripreso nel 1932 dal restauratore Mauro Pelliccioli che cercò di rimediare e scrisse di aver “levati i cieli di fondo per scoprire l’oro”: con ogni probabilità, quindi, lo splendido fondo oro era stato coperto da cieli azzurri e nuvole, forse per renderlo più “alla moda”.
Il trittico è “Dipinto su tavola a tempera e oro”: il fondo oro veniva preparato direttamente dal pittore, che martellava con delicatezza piccoli granuli d’oro riducendoli a fogli sottilissimi, che poi posizionava sul legno usando una colla speciale che si chiamava “bolo armeno” ed era di colore rosso. Per questo, osservando opere di questo periodo o precedenti, spesso vediamo trasparire dal fondo dorato una base di colore rosso.
Si nota prima di tutto il paesaggio: scarno, asciutto, costituito da blocchi di roccia di un colore ambrato, dagli spigoli vivi che disegnano luci e ombre dando movimento e tridimensionalità all’immagine e da molti sassi, che con le loro forme tondeggianti, contrastano la rigidità del paesaggio. Unica concessione ad una natura meno asciutta, sono gli alberelli dalle chiome tondeggianti sui pianori che delimitano le rocce.
Gli animali raffigurati sono tre: il cavallo di San Martino nello scomparto centrale, l’agnello mistico che viene retto in mano da San G. Battista nello scomparto di sinistra, e un uccellino, sempre nella parte centrale, posto in basso, sopra il cartiglio, appoggiato su una piccola frattura nella roccia a fianco della quale si scorgono appena due piccoli semi.
Gli abiti e i tessuti che ricoprono i personaggi sono resi con giochi di panneggio magistrali e di alto realismo. Giovanni Battista indossa, come è scritto nel Vangelo, una pelle di animale: la indossa con la parte pelosa contro il corpo, per proteggersi meglio. Sopra indossa un lungo telo di colore rosato, drappeggiato intorno al corpo in modo complesso, tanto che risulta difficile riprodurne la posizione. San Sebastiano, sulla destra, è coperto solo da un perizoma chiaro avvolto mollemente intorno ai fianchi e legato con un nodo elegante.
San Martino è elegantemente vestito: le gambe coperte da una specie di calzamaglia color corallo, calzature dello stesso colore sulle quali spuntano gli speroni; la camicia chiara, morbida e setosa, si intravede sotto la blusa di un blu violaceo foderata di pelliccia e fermata in vita da una cintura. Infine, il Santo sfoggia un mantello color porpora con bordure dorate.
Anche il cavallo del Santo è elegante: il morso e il bloccasella sono decorati con borchie metalliche di diverse misure e la sella è rivestita da un tessuto dello stesso colore del mantello e bordata in oro.
Per quanto riguarda i personaggi, ci soffermiamo ovviamente sul nostro Santo patrono: Martino è raffigurato nella forma iconografica più conosciuta, quella della divisione del mantello col povero. A cavallo, ritto sulla sella, col piede ben fissato nella staffa, si rizza sull’animale per aver più forza nel gesto di tagliare con la spada un lembo del mantello col quale ha già avvolto, per proteggerlo dal freddo, il busto del mendicante che gli sta accanto: questi è coperto solo da un paio di culottes, si sporge verso il Santo e lo guarda intensamente.
Vediamo il mendicante di profilo: ha il volto fresco di un uomo giovane, con una sottile barba curata e i capelli mossi che gli ricadono sul collo. Il volto e l’aureola crociata ci rivelano che si tratta di Gesù. Mentre il cavallo richiama le statue equestri, il Santo appare decisamente umano, come pure il mendicante: sono due persone vere, con sentimenti e passioni. Il loro sguardo si incrocia, provocando una reazione che segnerà per sempre la vita di Martino che a tempo debito lascerà la carriera militare, incompatibile con la sua fede basata sull’amore.
Se non ci dice nulla sull’acquisizione del trittico, l’archivio parrocchiale ci svela però la sua cessione. Sul retro di una normale busta usata come promemoria, il conte Giacomo Carrara nel 1768 scrisse di suo pugno una breve descrizione dell’opera, probabilmente nel corso di un incontro con l’allora Parroco per trattarne l’acquisto. In quegli anni la comunità di Torre stava contribuendo all’edificazione della nuova chiesa parrocchiale.
Il trittico non era più adatto al nuovo stile della costruzione e la sua vendita, verosimilmente, fu d’aiuto per coprire qualche spesa.
Pochi anni dopo, nel 1796, l’opera, con moltissime altre della straordinaria quadreria del Conte Carrara, passò all’Accademia Carrara della quale formò il primo nucleo di opere d’arte.
Ed è proprio lì che possiamo ammirarla ancora oggi.
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