Ci siamo passati davanti tutti più volte. E come spesso accade non ci abbiamo fatto molto caso.
D’altra parte, si tratta di una lapide, una semplice lapide come se ne vedono tante in giro.
Questa però è particolarmente importante perché racconta, ancora una volta, un pezzo di storia di Torre Boldone. E soprattutto la storia di un uomo, e non solo.
È posta poco distante dal monumento ai Caduti, in viale delle Rimembranze, vicino al cancello che conduce alla biblioteca. È una semplice lastra di marmo, con i margini sbrecciati, sostenuta da una struttura in ferro che raffigura dei rami spezzati: un richiamo evidente ad una vita interrotta in modo tragico e improvviso.
È la lapide che ricorda la vita di un uomo e di un partigiano: il conte Filippo Benassi, definito “un eroe”.
L’iscrizione recita:
“ALL’EROE INVITTO DELLA VITTORIA
CAPITANO BENASSI CONTE FILIPPO
VOLONTARIO DELLA GUERRA 1915-1918
CHE DURANTE L’OPPRESSIONE NAZIFASCISTA
ORGANIZZÒ IN TORRE BOLDONE
UNA FORTE FORMAZIONE PARTIGIANA
E SCONTÒ I SUOI GENEROSI ARDIMENTI
NEL CARCERE DI DACHAU
IMMOLANDO LA SUA VITA
PER LA LIBERTÀ D’ITALIA
I COMPAGNI DI LOTTA E DI FEDE”
Scopriamo ora la storia di questo valoroso uomo e in quale modo essa si intrecci con quella del nostro paese.
Ciò che conosciamo del conte Filippo Benassi è quanto segue: è nato a Milano il 17 giugno 1893, è stato volontario nella Prima guerra mondiale, partigiano nella seconda ed è morto nel campo di concentramento di Dachau il 6 aprile 1945.
Sembrerebbe poco, ma dai documenti storici e dai racconti di altri partigiani che lo hanno conosciuto e sono stati suoi compagni di lotta, si scopre di più.
È certo che egli sia stato Ufficiale nel campo di prigionia della Grumellina a Bergamo e che l’8 settembre (quando venne reso pubblico l’armistizio firmato 5 giorni prima) abbia potuto ascoltare dalla radio una notizia incredibile: “Il governo italiano si è arreso incondizionatamente a queste forze armate. Le ostilità tra le forze armate delle Nazioni Unite e quelle dell’Italia cessano all’istante. Tutti gli italiani che ci aiuteranno a cacciare il tedesco aggressore dal suolo italiano avranno l’assistenza e l’appoggio delle nazioni alleate”.
Se la notizia venne accolta con gioia dalla maggior parte degli italiani, per i soldati si presentò subito un grande problema, perché, di fatto, non c’erano più ordini da seguire né capi a decidere. Molti soldati di allora raccontavano di comandanti che dicevano loro di non aver più ordini da dare: l’esercito era allo sbando. Il primo risultato dell’armistizio fu l’abbattimento dei cancelli dei campi per i prigionieri di guerra alleati (compreso quello della Grumellina).
Mentre i soldati italiani ripresero la strada di casa (compresi quelli che stavano combattendo in Albania, in Grecia o altrove), molti di essi decisero di unirsi alle bande partigiane, spesso prendendone il comando grazie alla loro esperienza sul campo. La stessa cosa fecero anche molti dei prigionieri dei campi: di fatto, è in questo momento che nacque la Resistenza.
I fascisti invece si riorganizzarono nella Repubblica di Salò, mantenendo i contatti e l’alleanza di fatto con i tedeschi ancora presenti in Italia: fu l’inizio di un lungo, difficilissimo periodo durante il quale i tedeschi misero in atto azioni di rappresaglia terribili. Uno per tutti, quello di S. Anna di Stazzema.
Arriviamo a Torre Boldone e sul colle della Maresana sul quale si rifugiarono, per sfuggire ai tedeschi e ai fascisti, moltissimi prigionieri, oltre ai soldati della divisione “Lupi di Toscana” che proprio lì avevano in corso un’esercitazione. Risulta evidente come il primo problema sia stato quello di fornire assistenza, cibo e vestiti a tutte queste persone.
La prima ad accorrere in soccorso dei fuggitivi, proprio dalla sua casa di Torre Boldone, fu Adriana Locatelli, sostenuta dai genitori e dalla sorella, tutti fieramente antifascisti. Adriana, poi ribattezzata “Lalla della Maresana” e a capo dell’omonimo gruppo partigiano, si adoperò in tutti i modi, aiutata da tante persone di Torre Boldone oltre che dalla sua stessa famiglia. Nel suo diario, Lalla scrisse che in quei giorni sul colle della Maresana c’erano circa 1500 uomini tra ex prigionieri della Grumellina ed ex militari e che ogni giorno ne arrivavano altri in cerca di nascondiglio e di salvezza. Tra questi, i partigiani e i soldati che suor Anastasia Barcella, delle Poverelle, aveva nascosto nel loro ospedale.
In poco tempo Lalla, in accordo con il Comitato di Liberazione di Bergamo, favorì la costituzione di un accantonamento militare tra Maresana e Canto Alto, capitanato dal patriota Rivellini in attesa dell’Ufficiale Comandante promesso dal Comitato.
Si può intuire che quell’Ufficiale altri non era che il conte Filippo Benassi, che arrivò e iniziò da subito ad organizzare gli uomini, in stretto contatto con Adriana, Rivellini, Ripamonti e Gregis.
Solo una settimana dopo, le forze di Salò e le SS attaccarono la Maresana, dove Benassi e i suoi soldati protessero la fuga di chi era ancora disarmato e dopo aver rallentato i nemici riuscirono a fuggire.
A fine novembre la repressione nazifascista costrinse i patrioti a sciogliere l’accantonamento mentre Adriana e i suoi compagni vennero catturati e portati in carcere, prima al famigerato Collegio Baroni (dove le torture disumane erano all’ordine del giorno) e poi nel carcere di S. Agata, da dove Adriana riuscì a far sapere a Benassi che i tedeschi erano sulle sue tracce e lo invitò a fuggire in Svizzera.
Fino ad allora egli era riuscito a salvarsi, camuffandosi in molti modi diversi per non essere riconosciuto: ricco commerciante milanese, povero sgraziato e ingobbito, carrettiere, contadino, montanaro. Tutto questo per poter continuare ad operare con azioni militari tipiche della Resistenza partigiana, con la “Banda della Maresana”.
Arriviamo così al 27 aprile 1944, esattamente 80 anni fa.
Benassi, tornando in bicicletta verso Torre Boldone, viene affiancato da una camionetta di brigatisti neri che gli ordinano di fermarsi. Mentre egli continua la sua strada senza curarsi di loro, questi lasciano che si allontani per poi lanciare la camionetta alla massima velocità per investirlo, buttandolo nella siepe gravemente ferito e sanguinante. Poi lo gettano nel veicolo e lo trasportano al Baroni dove arriva svenuto e viene fatto “riprendere” a bastonate e lasciato senza alcuna cura per tre giorni prima di essere portato in S. Agata dove rimane in cella d’isolamento per due mesi senza alcuna cura, nonostante le costole fratturate e una grave pleurite da trauma. Il 7 settembre viene trasferito a Milano, al carcere di S. Vittore, e vi rimane fino al 27, quando viene inviato a Dachau.
Lì muore il 6 aprile 1945: di lui non rimane nulla perché viene bruciato nel forno crematorio.
Rimane, luminoso, l’esempio di un soldato e di un uomo che ha saputo lottare per i propri ideali, senza mai cedere, senza mai tradire i compagni, sopportando ogni tipo di violenza, fisica e morale.
Di lui ci resta una lapide: fu posizionata con una solenne cerimonia il 5 ottobre 1945 sulla facciata del Municipio di Torre Boldone, alla presenza dell’amica e compagna di lotta Adriana Locatelli che in quell’occasione, ancora sofferente per le brutali torture subite in prigione, lo definì commossa “persona dai valori altissimi, dignitosa, coraggiosa e leale”.
È la nostra lapide, la nostra meta di oggi.
Passando, lasciamo a Filippo Benassi un pensiero riconoscente e un fiore.
Bibliografia:
Adriana Locatelli: Diario di una partigiana
Giuseppe Belotti: I cattolici di Bergamo nella Resistenza


