UNITI PER … SCOPRIRE TORRE BOLDONE – CAPITOLO QUINTO

“I Mortini”, “la Ronchella”, o ancora “i Mortini alla Ronchella”: cosa vi evocano queste denominazioni?

La risposta è semplice: la chiesina tanto conosciuta e tanto amata, che potete vedere nelle foto.

Il quinto capitolo della nostra rubrica è dedicato a questa chiesina, vista la festa appena conclusa che, come ogni anno, ha riscosso un grande successo grazie all’instancabile lavoro e all’enorme entusiasmo di tutti i volontari.

Amata da tutto il paese, ma soprattutto dagli abitanti della zona, la chiesetta e la sua Madonnina sono accudite con devozione e cura.

La sua storia è affascinante, a partire dal toponimo “Ronchella”, del quale forse ignoriamo il significato.

È un diminutivo del termine “ronco”, che deriva dal verbo latino “runcare”, ossia eliminare la vegetazione naturale da un terreno per renderlo coltivabile. Questo era il lavoro dei nostri antenati per procurarsi cibo e sostentamento.

Il termine indicava la zona, ma passò anche a indicare la cascina costruita su quel terreno: la Ronchella, che molti secoli dopo, ristrutturata senza alterarne le caratteristiche, divenne la sede della scuola dell’infanzia di Torre Boldone.

Per comprendere la storia, dobbiamo fare un viaggio nel tempo.

Dobbiamo tornare un po’ indietro, in un periodo terribile: siamo nel 1630 e da tre anni il clima sembrava fare di tutto per mettere in ginocchio il genere umano. Dapprima un lungo periodo di siccità, che distrusse gran parte delle coltivazioni, poi eventi meteorici straordinari e devastanti e infine la conseguente carestia che mise letteralmente in ginocchio la popolazione che, non potendo più procurarsi il cibo, iniziò a decimarsi.

Vi è traccia di una tragedia accaduta proprio in quel periodo nell’attuale Città Alta, precisamente nel cortile della MIA (la Misericordia Maggiore) che si occupava di aiutare la popolazione distribuendole pane: nel mese di marzo del 1628, durante una di queste distribuzioni, la folla era così numerosa (arrivava gente anche da lontano, nella speranza di recuperare cibo) che non appena le porte si aprirono, le persone nelle retrovie iniziarono a spingere violentemente contro chi c’era davanti, nel disperato tentativo di accaparrarsi il pane. Si formò una calca spaventosa, nella quale morirono, calpestate e schiacciate, numerose persone tra le quali vi erano parecchi fanciulli che venivano mandati per la loro corporatura esile e l’agilità con cui potevano intrufolarsi nella folla.

Si capì proprio in quel periodo che la misteriosa malattia che colpiva sempre più esseri umani, portandoli nella maggior parte dei casi alla morte, aveva un nome che nessuno osava pronunciare, tanto era il terrore che portava con sé: la peste.

A Torre Boldone avvennero i primi decessi e le autorità bergamasche indicarono al parroco e ai maggiori esponenti del paese, le strategie da mettere in atto per cercare di circoscrivere il contagio. Prima tra tutte, quella di non seppellire più i morti nella chiesa parrocchiale ma in un sito abbastanza lontano dall’abitato, in cui scavare una grande fossa comune dove porre, giorno dopo giorno, i morti coperti di calce: fu una terribile, straziante stratificazione di corpi, che vennero sepolti senza un segno di riconoscimento, senza un ricordo della loro esistenza.

Tale luogo venne individuato esattamente nella località detta Ronchella.

Questa strategia non si rivelò però ottimale, anzi: se il primo morto a Torre fu registrato il 20 aprile, i due mesi più terribili furono giugno e luglio, quando pareva che l’orrore non avrebbe mai avuto fine.

Fu una strage.

All’inizio della pestilenza il nostro paese aveva 455 abitanti e a novembre, quando ne fu dichiarato il termine, ne erano rimasti 180: era deceduto in due soli mesi il 60% della popolazione.

Terminata la pestilenza, fu possibile colmare e chiudere la grande fossa comune occupata da gran parte della nostra gente. A lato della fossa venne innalzata una grande croce di legno accanto alla quale venne presto costruita dal popolo una tribulina con un’immagine sacra: qui gli abitanti del paese venivano a pregare in suffragio dei loro morti.

Nemmeno un secolo dopo gli abitanti della zona chiesero al Podestà e al Vescovo di poter erigere una chiesetta al posto della vecchia tribulina, motivando la richiesta con la distanza dalla chiesa parrocchiale (che ai tempi era a San Martino Vecchio) e con la conseguente maggiore possibilità di partecipare alle liturgie.

Ottenuto l’assenso dal Doge Cornaro e dal Vescovo Priuli (che chiese garanzie perché la chiesetta venisse adeguatamente “dotata”), si diede subito inizio ai lavori, tanto che la nuova chiesa venne benedetta in forma solenne il 30 novembre 1718 e dedicata “ad honor de la B.V. Maria de la Pietà in sufragio de’ morti ivi vicino sepolti tempore pestis”.

Veniamo ora alla sua descrizione: la chiesa è ad aula unica, divisa in tre piccole campate da lesene e culmina nella piccola abside rialzata; la volta a botte è delimitata da un semplice ed elegante cornicione. Il bell’altare, di legno intarsiato, è stato creato recuperando il piano e le parti laterali (modilioni) di quello precedente, che era addossato alla parete.

All’interno, vi sono opere d’arte molto interessanti e decisamente preziose.

Quella più importante è certamente “la Madonnina”, come la chiama la “gente della Ronchella”: è sulla parete di fondo del presbiterio e raffigura la Vergine del Suffragio che prega per le anime dei morti di peste che le sono stati affidati dai fedeli. È stata da poco restaurata e possiamo quindi ancora ammirarla come fecero i nostri antenati.

Sulle pareti laterali si possono ammirare due straordinari dipinti.

All’esterno la facciata, semplice e armoniosa, presenta la porta d’ingresso, due finestre laterali protette da inferriate e un piccolo semirosone che sovrasta la porta; è preceduta da un piccolo pronao con due colonne, cinto da un muretto basso. La sagrestia e un piccolo locale sono ospitati dal corpo di fabbrica che sporge sulla destra.

Da qualsiasi parte ci si avvicini alla chiesetta dei Mortini, il colpo d’occhio è sempre emozionante. Il sentierino “ritagliato” tra due case di via San Vincenzo de’ Paoli conduce al ponticello, una piccola salita porta allo spiazzo ombreggiato che precede i gradini. L’altro accesso è un tracciato che pare inventato tra l’erba dai passi di chi, nel tempo, ha percorso e ripercorso questo tratto diretto alla chiesetta.

In questo luogo il senso di pace invita al silenzio, all’ascolto, alla preghiera, anche in ricordo di quelle anime che lì sono state sepolte tanto tempo fa.

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A lunedì prossimo!

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