Oggi si chiude la rubrica che ci ha portati a viaggiare nel tempo, per conoscere meglio il nostro paese e la sua storia.
Per l’ultimo capitolo, abbiamo scelto qualcosa di diverso, qualcosa di un po’ particolare: accade spesso di chiedere alle persone, soprattutto a giovani e bambini, se sanno a chi o a cosa si riferiscono i toponimi del nostro paese, in particolare i nomi delle vie. Solitamente la risposta è un’espressione perplessa, che rende perfettamente l’idea della risposta.
Così abbiamo pensato di dare qualche spiegazione in merito, per far sì che certi nomi non siano più dei piccoli misteri.
Abbiamo scelto dei toponimi legati a un personaggio femminile, due maschili e uno che un personaggio non è, nonostante lo si sia creduto per tanto tempo.
Partiamo da una donna, Cecilia Manna, il cui nome è stato dato alla breve strada che collega via Roma con via Rinada, nella zona nord del paese. I documenti dell’archivio parrocchiale, svelano che Felicita (Cecilia) nacque il 20 luglio 1784 a Torre Boldone. Due giorni dopo nel “Libro dei battesimi” della nostra parrocchia,venne annotato: “Felicita Margherita, nata il giorno 20 del presente mese, dei coniugi Marco Antonio Manna, figlio di Giovanni Giacomo, e Cecilia Zanotti, figlia di Pietro, è stata battezzata oggi dal rev. Luigi Poloni viceparroco di questa parrocchia di Torre Boldone, (madrina) la signora Giacoma Cornaro della Parrocchia di Gorle”.
Le poche altre notizie dicono che i Manna vivevano in una casa di proprietà, che altre famiglie vivevano nelle “case Manna” e che spesso con loro vivevano anche dei lavoranti; questo ci fa pensare che fossero proprietari terrieri. La famiglia era composta dai genitori, da Felicita, da due fratelli maschi e, per un certo periodo,anche dalla nonna paterna.
L’ultimo cenno alla presenza della giovane nella casa paterna risale al 1804, di lei poi non vi è più traccia. L’unico riferimento rimanda alle Clarisse di Lovere, dove abbiamo trovato notizie. “Fu tra le primissime fortunate che si rifugiava nel nostro caro nido subito che fu riattivato dopo la soppressione Napoleonica e professò solennemente il 31 Ottobre 1819”. Quindi Felicita, che probabilmente aveva già scelto la vita monacale, fu costretta a rimanere in famiglia finché i monasteri soppressi furono restituiti alle monache, ed era il 1805.
Felicita prese i voti e fu in quel momento che assunse il nome Cecilia in onore della sua mamma. A Lovere “Fu religiosa zelantissima della Regolare Osservanza. Maneggiò per molti anni gli affari temporali con sommo vantaggio del Monastero. Venne eletta due volte ad Abbadessa e in questo importantissimo e difficilissimo ufficio mostrassi ferma ad introdurre le asprezze e austerità della S.ta Regola segnatamente nelle privazioni che esige il S. Voto di Povertà. Era donna di grande spirito, desiderosa di conseguire la più alta perfezione. Nutriva grande desiderio di dilatare la nostra Religione, per cui molto si adoperò per la fondazione del Monastero di Boccaleone nella prov. di Bergamo”.
Proprio questo probabilmente è il motivo per cui, molti anni dopo, il suo paese natale le ha dedicato una strada: madre Cecilia era Abbadessa del convento di Lovere nel 1837, quando Maria Poloni, sua coetanea e probabilmente amica, le manifestò il desiderio di contribuire alla fondazione di un nuovo monastero francescano a Bergamo. Cecilia rispose con entusiasmo e per anni si adoperò per richiedere i necessari permessi: nel 1844 tutto era pronto e i lavori poterono iniziare; nel 1847 tre monache clarisse di Lovere si trasferirono nel nuovo Monastero di Boccaleone, dedicato a San Giuseppe. Suor Cecilia, che era destinata ad esserne la prima Badessa, non ci si poté trasferire: “alla vigilia del coronamento del suo sogno e dei suoi sforzi, quando già destinata dai Superiori ad avviare e reggere, quale Abbadessa, la nuova Comunità, si stava disponendo pel suo trasferimento, si aggravava repentinamente per un mal di stomaco che da tempo già la rendeva sofferente traendola in breve alla tomba il primo di Novembre 1840 in età d’anni 56.”
Certo una donna straordinaria, di cui la gente di Torre Boldone può andare fiera.
Ed eccoci alla breve strada che partendo da via Ranica raggiunge via Puccini, cioè via Pietro Ostani. Trovare notizie su questo personaggio è stato davvero arduo, sembra quasi che egli abbia fatto di tutto affinché non si potesse parlare di lui.
Nella zona del Fenile, nella parte alta di Torre Boldone, spicca ancora oggi, sul muro dell’ex casa Ostani, una lapide che recita: “Patria libertà amicizia in questa casa condussero a nobili congiure Francesco Nullo e Gabriele Camozzi che presso il compagno di fede Piero Ostani spesso trovarono sicuro asilo contro la tirannide degli Asburgo”.
Poche parole che, nonostante la quasi totale carenza di notizie su questo personaggio, ci permettono di ipotizzare che il nostro concittadino fosse un patriota e facesse parte della cerchia di Gabriele Camozzi e Francesco Nullo, che tanto contribuirono negli anni del Risorgimento al grande cambiamento che porterà all’Unità d’Italia.
Camozzi e Nullo erano patrioti molto noti per la loro attività antiaustriaca ed erano controllati a vista dalla polizia; per questo l’offerta di Pietro Ostani, che invitò i suoi amici ad usufruire della sua casa al Fenile (luogo allora poco accessibile), fu molto preziosa e ben accetta. Proprio lì, infatti, i nostri “carbonari” si riunivano per tracciare i piani delle loro azioni, al riparo da pericoli o occhi indiscreti; poche righe in documenti che parlano di G. Camozzi ricordano che i patrioti, proprio lassù, in casa Ostani, spesso cantavano le canzoni che inneggiavano all’Unità d’Italia.
Le ricerche negli archivi comunali e parrocchiali del nostro paese,ci hanno permesso di scoprire che gli Ostani erano possidenti e che, oltre alla casa di famiglia al Fenile, avevano altre abitazioni in paese destinate ai fittavoli. Il padre di Pietro si chiamava Francesco e la mamma Elisabetta: nel libro dello “stato delle anime” della parrocchia, nel 1823 la famiglia Ostani risulta composta, oltre che dai genitori, da 8 figli, tra i quali Pietro, nato il 24 aprile 1812. Egli era quindi più vecchio sia di Gabriele Camozzi (nato nel 1823) che di Francesco Nullo (nato nel 1826).
Nel 1859 Camozzi e Nullo partirono per unirsi ai Cacciatori delle Alpi: pare certo che Ostani non si unì a loro poiché aveva già 47 anni, un’età poco giovanile per l’epoca, e dovette invece occuparsi della famiglia e gestire i contadini che lavoravano per essa.
L’ultima notizia certa che abbiamo riguarda la sua morte: “il Signor Pietro Ostani, cattolico, ammogliato, è morto il 5 luglio 1878, alle ore 11 ant., in casa sua ed è stato tumulato a Torre Boldone. Era figlio di Francesco ed Elisabetta”.
Un po’ più facile è stato reperire notizie sul personaggio al quale è stata intitolata la via centrale del nostro paese, cioè Giovanni Reich.
I dati reperiti presso il Museo storico di Bergamo ci informano che Giovanni Reich (svizzero di Wildhaus, cantone di S. Gallo), già procuratore generale della Società Enrico Solivo di filatura e tessitura cotone (ex Zuppinger) tra il 1884 e il 1888, acquistò nel luglio 1888 per 315’000 lire tutti i beni della ex Zuppinger, comprese filatura e tessitura, ad esclusione dei fabbricati posti nel centro di Bergamo. Per ottenere i capitali necessari, Reich contrasse un prestito presso la società tedesca “Berliner Handelsgeselshaft” di 314’700 lire, regolarmente restituiti il 2 dicembre 1891.
Giovanni Reich è stato uno dei molti svizzeri venuti ad impiantare i propri stabilimenti tessili nella bergamasca, durante il periodo della Rivoluzione industriale, come i Legler, gli Zopfi, gli Honegger, ovviamente portando con sé le famiglie. Tutti impiantarono i propri opifici a ridosso di corsi d’acqua, necessari per produrre l’energia per il funzionamento delle macchine.
La ex Zuppinger era sita a Torre Boldone, e presto Giovanni Reich la trasformò in uno stabilimento capace di 9’500 fusi animati da forza motrice idraulica pari a 240 cavalli, nel quale lavoravano stabilmente 180 operai (60 maschi, 82 donne, 38 ragazzi).
Nato nel 1850 era sposato con la signora Rosa Schubiger; la coppia ebbe cinque figli: Rosa, Matilde, Giovanni, Leonia e Maurizio.
I Reich sono stati molto importanti per Torre Boldone e la sua gente, perché, oltre a dare agli abitanti del paese la possibilità di lavorare vicino a casa, furono dei veri e propri benefattori.
Un esempio per tutti: la costruzione nel 1824 dell’asilo infantile, a spese dei figli Reich in memoria del padre Giovanni, morto da poco, su un terreno donato dalla signora Rosa.
Quando questa morì, nel 1930, nella casa di famiglia rimase la figlia, conosciuta come “la signorina Rosa”, che continuò ad esercitare con generosità quell’amore e quell’attenzione che la sua famiglia aveva sempre dimostrato per il nostro paese e per tutti i suoi abitanti.
Fu con immenso, malcelato dolore che pochi anni prima di morire la signorina Rosa dovette lasciare la sua casa. Venne riportata a Torre Boldone per i funerali (ai quali partecipò tutto il paese) ed è sepolta con la sua famiglia nella cappella nel nostro cimitero.
Arriviamo infine a un personaggio che in realtà personaggio non è. Parliamo del signor Nimo Bugattone, al quale è intitolata la via che collega piazza Giovanni XXIII all’accesso alla SP 35.
Ma perché diciamo che non è un vero personaggio? Semplicemente perché non esiste!
Gli studi accurati e precisi dello storico don Gino Cortesi affermano con chiarezza che questa identità è dovuta semplicemente a un errore di interpretazione di testi antichi.
Il termine Bugatone, infatti, è presente in antichi documenti: nel 1218 è citato un pratum Bugatonum sul Monte di Torre Boldone; la posizione non coincide, però, con l’attuale strada. Don Gino Cortesi riflette: “a noi risulta strano che ancora oggi venga chiamato “il Bugatone” la zona dell’attuale piazza Giovanni XXIII (…). Comunque, a scanso di equivoci, “Bugatone e Bugatoni erano certamente nomi di persone”. Che poi qualcuno si chiamasse davvero “Nimo”, come la via, questo è molto improbabile: “nemus”, in latino, significa bosco, foresta. “Nemus Bugatonum” , quindi, starebbe per “bosco dei Bugatoni” (o Bugattoni come diremmo oggi).
Non vi è certezza di quanto appena raccontato, ma è certamente un’ipotesi più plausibile di un ipotetico Nimo Bugattone di cui non si è mai trovata alcuna notizia.
Fonti: Archivio parrocchiale di Torre Boldone; “Tor Boldone”, di Luigi Cortesi; Archivio storico delle suore Clarisse; Museo Storico di Bergamo; testi sul Risorgimento a Bergamo, Storia di Bergamo e dei Bergamaschi di B. Belotti e altri.
Foto dall’archivio fotografico del Circolo don Luigi Sturzo di Torre Boldone.







