UNITI PER … SCOPRIRE TORRE BOLDONE – CAPITOLO NONO

Oggi quasi tutti lo chiamiamo “il Mantello”. 

Ma non stiamo parlando di un indumento che protegge dal freddo bensì di qualcosa di molto, molto più importante e prezioso. Qualcosa che arriva da lontano e che porta con sé la Storia, quella con la s maiuscola. 

Stiamo parlando di un edificio antico, posto tra la strada principale del nostro paese (via Palazzolo) e la Roggia Serio. 

La nostra meta di oggi è l’antica costruzione che oggi viene chiamata “la Casa del Fondatore”: parliamo della casa di san Luigi Maria Palazzolo che proprio in quell’edificio aprì il suo primo orfanotrofio. 

Già nel ‘600 abitata da Gerolamo Carrara, comprendeva ampi appezzamenti di terreno coltivati, in parte anche a vigneto.

Nel 1632, per ringraziare la Madonna per aver risparmiato la sua famiglia dalla terribile epidemia di peste che solo due anni prima aveva falcidiato la popolazione di Bergamo e anche quella di Torre Boldone, egli fece edificare all’interno della sua abitazione una piccola chiesa intitolata alla Madonna di Loreto. 

Alla fine del ‘600 gli eredi di Gerolamo Carrara vendettero la casa e i terreni ai nobili Barilli (o Barili) dai quali poi passò, per asse ereditario, agli Antoine. 

La famiglia Antoine era, come si può comprendere dal cognome, di origine francese. Vincenzo Antoine era uno stampatore molto conosciuto per la qualità del suo lavoro; dopo aver vissuto e lavorato per tanti anni a Brescia, nel 1777 si trasferì a Bergamo dove la sua stamperia divenne la più importante del tempo. Uomo di profonda cultura, nel suo laboratorio si potevano trovare preziosi testi in varie lingue. 

La figlia di Vincenzo, Teresa, sposò Ottavio Palazzolo ed ereditò la casa di Torre Boldone e i terreni circostanti. La famiglia viveva nella maggior parte dell’anno a Bergamo ma nel tempo del raccolto si trasferiva a Torre Boldone per seguire i lavori dei contadini.

Il 10 dicembre 1827, nella casa di Bergamo nacque da Teresa e Ottavio il piccolo Luigi Maria, l’ultimo di una nidiata di 8 figli dei quali in pochi anni rimarrà l’unico sopravvissuto. Già da bambino Luigi Maria passava l’estate nella casa di villeggiatura di famiglia, giocando coi bambini dei contadini e la mamma, che lo vestiva di rosso, per poterlo scorgere anche da lontano e sentirsi più sicura, essendo l’ultimo figlio che le era rimasto.

Il piccolo dimostrò da subito una straordinaria sensibilità e un’attenzione profonda per i bisogni degli altri: col permesso della mamma, e accompagnato da un servitore, si recava spesso a far visita agli ammalati, portando loro piccoli doni.

Quando Luigi Maria si fece prete, dedicò le sue cure e le sue attenzioni ai poveri e ai bisognosi. Dopo aver creato un “ricovero” per i ragazzini di strada nel borgo nel quale viveva (l’attuale via S. Alessandro), scoprì presto che le misere stanze in via Foppa non erano sufficienti per accogliere tutti.

Si trasferì così nella casa di campagna di Torre Boldone, che aveva nel frattempo ereditato dalla mamma e, in seguito alla cui morte, trasformò in un orfanotrofio e chiamò dapprima un giovane aiutante e in seguito una ragazza (Teresa Gabrieli), per prendersi cura dei fanciulli lasciati soli.

Un piccolo inciso: com’era la casa, a quel tempo?

Un’abitazione elegante pur nella sua sobrietà, con balconcini in ferro battuto alle finestre che davano sul piccolo giardino interno (quasi un chiostro) e vi era uno scalone elegante per raggiungere i piani superiori. La piccola chiesa era aperta verso l’esterno per accogliere chi voleva entrare per una preghiera. 

Torniamo alla storia. I ragazzini crescevano sempre più di numero e ci fu bisogno di traferirli: venne così trovata una soluzione alla “casa del lupo”, sulla collina di Torre Boldone nella zona del Fenile. 

Nel frattempo, il sacerdote lavorava ad una “regola” per poter fondare una congregazione di suore che potessero proseguire la sua missione: nel 1866 nacquero le “Benedette Figlie e Madri delle Poverelle”, termine che ben presto venne semplificato in “Suore delle Poverelle”. 

Luigi Maria Palazzolo morì il 15 giugno 1886 e le sue suore continuarono a portare avanti la missione che egli aveva affidato loro. 

Quando la Prima guerra mondiale riempì gli orfanotrofi della città (e anche quello di Torre Boldone) le suore delle Poverelle presero una decisione molto coraggiosa: fecero costruire un nuovo orfanotrofio molto più grande per poter ospitare il maggior numero di orfani che vi trovavano non solo ospitalità, ma anche laboratori professionali dove imparare un mestiere che potesse dar loro l’opportunità di costruirsi una vita autonoma. Il nuovo orfanotrofio venne inaugurato nel 1928.

E la vecchia casa? Appena libera dai ragazzini, accolse da subito gli anziani soli del paese ma non solo: nacque anche un piccolo ospedale che la popolazione di Torre Boldone chiamava “l’ospedaletto” e che era dotato non solo delle camere di degenza ma anche di una chirurgia. 

Ed è proprio l’ospedaletto del Palazzolo che fece da cornice ad un episodio forse poco conosciuto ma molto importante per tutti noi: quando entrarono in vigore le leggi razziali, molti ebrei cercarono di fuggire per non essere catturati. Cercarono soprattutto di spostarsi dalle grandi città verso i paesi, sperando di essere meno in pericolo.

Fu allora che il direttore dell’orfanotrofio di via Imotorre, don Tranquillo Dalla Vecchia, in accordo con la superiora delle suore delle Poverelle, Madre Anastasia Barcella, decise di accogliere nell’ospedale e nella casa delle suore gli ebrei in fuga, che venivano “ricoverati” in modo da essere resi “invisibili”.

Durante la notte alcuni di loro venivano accompagnati all’orfanotrofio dove dei giovani, istruiti da don Tranquillo, li guidavano attraverso i campi e, con la complicità di alcuni ferrovieri che fermavano i convogli prima o dopo le stazioni, li facevano salire per accompagnarli più lontano possibile dalla città, in modo che potessero poi raggiungere la Svizzera dove sarebbero stati al sicuro. Non sapremo mai quante persone abbiano potuto salvarsi in questo modo. Né don Tranquillo né Madre Barcella accettarono mai di parlarne: “son cose che van fatte e basta”, rispondeva la suora a chi, anche a distanza di decenni, chiedeva notizie.

Il 5 aprile del 1944 arrivarono a Torre Boldone nove ebrei che vennero accolti e nascosti. Le suore accompagnarono subito una signora (travestita da suora) all’ospizio di Bergamo e nei giorni successivi anche due uomini vennero trasferiti a Milano e poi accompagnati in Svizzera: queste tre persone si salvarono.

Mentre ci si organizzava per salvare anche gli altri 6, un uomo ricoverato nell’ospedaletto, che certamente si era accorto di quanto stava accadendo, decise di scrivere una lettera alla polizia fascista lamentando il fatto che nell’ospedale “gli ebrei mangiavano meglio” di lui.

Subito la polizia corse a Torre Boldone dove don Tranquillo, avvisato in extremis da una persona amica, cercò di far scappare tre di loro da una porta secondaria: l’uomo ricoverato li vide e li segnalò alla polizia che li catturò. Altri due vennero catturati direttamente dentro l’ospedale mentre uno riuscì a fuggire.

I fascisti, insieme agli ebrei, catturarono anche don Tranquillo, minacciando di ucciderlo se il fuggiasco non si fosse presentato. Avendo sentito tutto, egli si costituì e venne catturato, con grande dolore di don Tranquillo.

Tutti gli ebrei catturati morirono, chi durante le torture chi nei campi di concentramento. 

Don Tranquillo Della Vecchia venne nuovamente incarcerato perché svelasse dove si trovava Madre Barcella, che egli aveva fatto fuggire in montagna, e i nomi dei ragazzi che organizzavano il trasferimento degli ebrei. Egli non parlò mai e quando tornò era devastato: non si riprese mai più.

Eppure, non si tirò indietro nemmeno quando ci fu bisogno di aiutare i partigiani che Adriana Locatelli (la Lalla della Maresana di cui abbiamo parlato nel capitolo settimo) gli mandava perché li aiutasse.

Di don Tranquillo, Madre Barcella e della gente di Torre Boldone che aiutò e sostenne l’azione di aiuto agli ebrei e ai partigiani dobbiamo essere fieri, perché hanno scritto una pagina importante del nostro paese. Una storia che si è svolta nel complesso della Casa del Fondatore.

Quando la guerra finì le cose cambiarono: non ci fu più bisogno dell’ospedaletto che a poco a poco venne smantellato, anche per far posto agli anziani.

Quando poi venne costruita la nuova, moderna casa di riposo, il Comune, che aveva bisogno di una sede dignitosa per la biblioteca, chiese alle suore di concedere l’utilizzo del piano terra dell’ex ospedale: quella fu la prima sede della nostra biblioteca. 

La Casa del Fondatore divenne un noviziato per le aspiranti suore, poi si riconvertì, ancora una volta, alle nuove necessità. Aprì “il Mantello”, una casa dove le suore delle Poverelle accolgono con amore ragazze e donne in difficoltà, condividendo con loro non solo gli spazi ma anche le giornate: ancora una volta, come voleva il Palazzolo, regalando un “senso di casa” a chi non l’ha più da tempo. 

Foto dall’archivio fotografico del circolo “Don Luigi Sturzo”

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