UNITI PER … SCOPRIRE TORRE BOLDONE – CAPITOLO OTTAVO

Il “tesoro” di oggi è sotto i nostri occhi…basta alzarli solo un po’ per vederlo.

Un piccolo indovinello: qualsiasi strada percorriamo per arrivare a Torre Boldone, è sempre il primo a darci il benvenuto, con la sua tipica silhouette e il suo colore caldo.

Avete indovinato?

Stiamo parlando del campanile della nostra chiesa parrocchiale, che ha una storia interessante che vale la pena di scoprire.

Iniziamo dal nome: il termine “campanile” deriva, evidentemente, da “campana”, ma è più difficile comprendere da dove derivi quest’ultimo.Il termine “campana” deriva da Campania, la regione nella quale venivano prodotti questi strumenti, precisamente a Nola. Il nome originario era “aera campana”, cioè “bronzi della Campania”.

Proprio a Nola, il vescovo san Paolino usò per primo le campane, che venivano impiegate per adunare il popolo e i magistrati, oltre che per invitare i fedeli alle funzioni religiose. Si parla del V secolo d.c.
Arriviamo precisamente al 561 d.c., quando Gregorio di Tours descriveva una specie di “torretta” alla quale veniva appesa la campana. Era nato, di fatto, il primo campanile della storia.

Nel VIII secolo d.c. Papa Stefano II fece costruire una torre campanaria in grado di sostenere tre campane: da allora i campanili si diffusero velocemente in tutta Europa e divennero sempre più un mezzo di comunicazione. Era infatti alla sua “voce” che veniva dato l’incarico di mandare dei messaggi: oltre a radunare i fedeli per le liturgie, invitava alla preghiera per qualcuno in agonia, indicava l’ora della preghiera dell’Angelus, incitava alla festa con lo scampanio gioioso nelle occasioni liete, accompagnava il dolore coi lenti rintocchi dolenti legati alla morte.

Presto le campane divennero anche lo strumento per segnalare il coprifuoco ma anche il pericolo: la campana a martello segnalava gli incendi, le incursioni dei pirati, il diffondersi della peste. Al suo suono la gente accorreva per sapere, ma soprattutto per fornire aiuto.

All’epoca degli orologi meccanici i campanili vennero dotati di grandi quadranti: per facilitare chi abitava lontano o chi non vedeva il campanile, si cominciò ad usare la campana anche per indicare l’ora (e talvolta anche le mezze e i quarti).

Il campanile con la sua melodia scandiva il tempo del nascere e del morire, della gioia e del dolore, diventando così la voce della comunità.

Anche a Torre Boldone, terminata la costruzione della nuova chiesa parrocchiale, si sentì la necessità di un campanile. I documenti antichi conservati nell’archivio parrocchiale, raccontano di una riunione tenutasi il 29 novembre 1789: in quell’occasione i 69 capi famiglia del nostro paese, si incontrarono per prendere decisioni importanti. La prima votazione evidenziò la volontà “di edificare un onesto campanile”, usando esclusivamente le offerte della popolazione. Dopo molte discussioni si poté arrivare ad una seconda votazione, per verificare se “intendeva la contrada di essere il campanile in sul segrato della Chiesa e dalla ballotazione si scossero voti favorevoli n. 65; contrari 4. Sicché restò preso di edificare il campanile sudetto sul segrato della chiesa”. Sembrava tutto definito, ma i tecnici dichiararono che il luogo scelto non era adatto e che occorreva identificarne un altro. Forse estenuati per stanchezza, i nostri capi famiglia decisero, sempre a votazione, di accettare la proposta degli esperti.

E fu una fortuna, altrimenti oggi avremmo probabilmente il campanile nel bel mezzo del sagrato, quasi davanti alla chiesa. Gli esperti, invece, indicarono come adatto lo spazio a fianco: così oggi possiamo ammirare liberamente le linee eleganti del campanile unite a quelle sobrie e severe della chiesa.

Focalizzandosi sulla data del documento citato, si evince il periodo complesso seguito alla Rivoluzione francese, in cui anche a Bergamo il clima non era tranquillo: il governo veneziano era giunto al termine, minato dalle idee rivoluzionarie e dai disastri provocati dal passaggio (autorizzato dal Podestà) degli eserciti austriaci e francesi. Quando i francesi presero il potere, iniziarono a requisire chiese e monasteri, trasformando questi ultimi in carceri.

Non era certo un periodo facile per ottenere i permessi per costruire opere legate alla fede, ma la nostra gente desiderava fortemente il proprio campanile e riuscì a costruirlo, con le sue sole forze: chi fornì materiale, chi offrì il proprio lavoro, chi donò i frutti della terra che venivano venduti per recuperare denaro per la fabbrica.

La lapide posta sopra la piccola porta d’ingresso ricorda proprio la volontà e la generosità della nostra gente di allora: “Eretta grazie alla pietà dei fedeli – anno del Signore 1802”.
Il nostro bel campanile è composto di mattoni, costruiti con le argille cotte nelle fornaci, che regalano un colore caratteristico e molto caldo.

A pianta quadrata, poco sopra la base si modifica trasformandosi prima in un tronco conico ottagonale e poi in una struttura circolare che culmina, al vertice, con una piccola cupola. Si tratta di una struttura non molto frequente e di grande effetto ed eleganza: questo ci induce a pensare che l’architetto che l’ha progettata fosse davvero competente. In un documento del 1883, il parroco rev. Bana, afferma che il progetto è da attribuire all’architetto De Capitanio, ma molti studiosi propendono per il Cagnola. Certo è che la struttura elegante e particolare del nostro campanile ha attirato l’attenzione degli esperti, tanto che oggi è monumento vincolato.

Dopo aver contribuito a costruire il campanile sostenendo ingenti spese, i nostri antenati non erano soddisfatti: un campanile muto non faceva certo per loro! Così nel 1811 gli aggiunsero l’orologio e poco tempo dopo anche le prime campane, che fecero egregiamente il loro lavoro fino all’autunno del 1942, quando il regime fascista ordinò di requisire le campane delle chiese per farne bronzo per le armi, dando un ruolo drammatico a quel metallo che fino ad allora ne aveva avuto uno davvero nobile. Con grande sconforto della popolazione, dalla nostra chiesa vennero portate via le due campane più grosse, che suonarono per l’ultima volta a lutto in occasione di un funerale.

La guerra poi finì e pochi anni dopo, il 4 febbraio 1953, tutti gli abitanti di Torre Boldone accorsero ad assistere ad un evento gioioso e straordinario: il trasporto in paese delle nuove campane, per ricomporre un “concerto perfetto”. Sistemate su un carro addobbato e ricoperto di fiori, le campane vennero esposte sul sagrato della chiesa, dove tutto il paese accorse per vederle e per festeggiare. Tutti ammirarono con gioia le campane, e chi ne contribuì all’acquisto si fece fotografare davanti alla “propria” campana. È bello oggi, ricordare ancora queste persone: per la prima campana Giovanni Fedeli e Alessandro Gherardi, per la seconda Enrico e Ines Artifoni, per la terza Celestino, Rosa e Margherita Terzi, per la quarta la famiglia Capelli, per la quinta la famiglia Roncalli, per la sesta le maestranze dei cotonifici Reich e Zopfi, per la settima la famiglia Reich, per l’ottava il Comune di Torre Boldone. Il Vescovo missionario mons. Maggi benedisse ciascuna delle campane, e il relativo “padrino” ebbe l’onore di far risuonare il primo rintocco.

E il campanaro? Spesso era anche il sagrestano e generalmente suonava le campane dal basso, tirando agilmente le corde (con grande gioia dei chierichetti che si facevano sollevare in alto), ma quando il concerto era notevole (l’allegrezza, ad esempio), allora la faccenda si faceva seria: il campanaro apriva la porta del campanile, saliva lentamente tutti i gradini fino in cima, si sedeva alla tastiera, si faceva fasciare le mani e poi, a capo chino, solennemente cominciava a suonare la tastiera di legno coi pugni, regolando note e pause, tempi e intensità. Dal basso, la gente alzava lo sguardo e si fermava in ascolto, apprezzando quel suono che riempiva i cuori di gioia.

Forse, ora che sappiamo con quanto amore, dedizione, sacrifico e disponibilità i nostri antenati lo abbiano voluto e quale importanza abbia rivestito per il nostro paese, guarderemo il nostro bel campanile con occhi diversi. Forse lo sentiremo prezioso e importante come un’eredità che arriva da lontano, dalla nostra stessa gente.

E allora, anche se le corde sono cambiate e i bambini non possono più attaccarvisi per farsi sollevare, anche se non lo si suona quasi più con i pugni fasciati ma grazie ad un sistema elettronico, il suono delle nostre campane sarà sempre più gradito e dolce al nostro cuore e alle nostre orecchie, continuando a scandire il tempo del lavoro e quello del riposo, a segnare il passare del tempo, quasi inducendo a riflettere su cosa farne, ad invitarci alla preghiera e segnalare dolore e gioia.

Magari ogni tanto fermiamoci, col naso all’insù, a guardare il nostro campanile che se ne sta lì, a metà tra terra e cielo, a fare da colonna sonora alle nostre vite, magari avendo la fortuna di ascoltare proprio il suono dell’allegrezza, con armonie suonate con la tastiera, quasi come un tempo: perché il nostro campanile ha mantenuto anche un po’ del suo passato.

Senza dimenticare che proprio al campanile abbiamo anche affidato l’incarico di definire il nostro attaccamento alla nostra comunità.

Foto dell’archivio fotografico del Circolo don Luigi Sturzo.