Uniti per … scoprire Torre Boldone – Capitolo sesto

“Perché non raccontate la storia dell’Incoronata? Quelli della mia età non ne sanno nulla”.

La richiesta di una carissima amica, che sta seguendo con attenzione tutti i capitoli di questa rubrica, ci ha spinto a rispondere alla sua curiosità. Perché, in effetti, i più giovani hanno sempre visto l’edificio chiuso e sempre più malmesso. Ma non è sempre stato così, anzi…

Quello chiamato “l’Incoronata” è il grande edificio che sorge subito dopo il piazzale del mercato e si estende fin di fronte all’ingresso della scuola primaria. Comprende un altro “lotto” che però non si riesce a vedere bene, e un giardino all’italiana, nascosto alla vista da un muro di cinta; l’accesso al giardino è il bel portale che si vede in Piazza del Bersagliere, con la cancellata malridotta e chiusa da un grosso lucchetto.

Nonostante la struttura odierna risalga al Settecento, ci si trova di fronte ad una casa nata nel XV secolo e successivamente ampliata e rimaneggiata dai proprietari che si sono susseguiti. I meno giovani del paese ricordano benissimo chi abitasse questo palazzo e i loro ricordi sono sicuramente ancora vivissimi.

Per conoscerne le origini e la storia, avremo bisogno ancora una volta di prendere la macchina del tempo e correre indietro, di qualche centinaio di anni.

Partiamo dall’inizio: nel 1400 in questo luogo la storica famiglia Noris (presente a Torre Boldone per secoli), costruì la propria casa. Intorno vi erano solo prati e campi coltivati dai contadini che occupavano le cascine presenti già allora.

Proprietari di grandi appezzamenti di terreno coltivati, presto i Noris decisero di costruire una casa più adatta alla propria posizione: nacque così quello che a Torre Boldone è chiamato ancora oggi Palazzo Vecchio, composto dalla casa padronale e dalle abitazioni dei contadini poste lungo la via che oggi è intitolata alla Brigata Lupi.

Successivamente il palazzo venne venduto ai conti Regazzoni che, come molti altri grandi proprietari terrieri, iniziarono a farsi costruire case di villeggiatura nelle loro terre. Qualche tempo dopo la villa venne ceduta a un membro della famiglia Camozzi.

All’epoca aveva raggiunto notorietà e ammirazione un architetto originario di Ranica che aveva studiato e operato a Roma per molto tempo e che era da poco rientrato: Simone Elia. Questi aveva appena portato a termine un lavoro improbo: quello di rimaneggiare la nuova chiesa in costruzione di Ranica, iniziata da Giacomo Caniana (giudicata di esuberante grandiosità e di troppo estesa dimensione) demolendola parzialmente e riuscendo a “modificarla in proporzioni di conveniente e ragionevole armonia”.

Il risultato fu molto apprezzato, tanto che a Simone Elia vennero affidati diversi progetti prestigiosi. Uno per tutti, il palazzo dell’Accademia Carrara, per il quale era in corsa anche il forse più famoso Leopoldo Pollack, che a Bergamo stava realizzando molti edifici.

Fu proprio a Simone Elia, inoltre, che i conti Andrea Camozzi ed Elisabetta Vertova affidarono l’incarico di costruire per loro una lussuosa casa di villeggiatura, nel terreno di loro proprietà sulle colline di Ranica: è quell’edificio maestoso e affascinante che oggi ospita l’istituto Negri, famoso centro di ricerca medica e scientifica.

Poco dopo anche i Carrara di Torre Boldone affidarono a Simone Elia il progetto di ampliamento e revisione della loro casa di villeggiatura (l’attuale Incoronata appunto) e l’architetto stese un progetto molto interessante, riguardante soprattutto la facciata verso il parco.

“La grande costruzione formata da un corpo di fabbrica frontale con un’ala nel lato di ovest, ha la particolarità di avere quest’ala completata in ogni sua parte esterna ed interna, mentre il corpo maggiore prospicente a sud è risultato con la facciata pressoché finita non avendo invece l’interno che l’ossatura muraria. La parte centrale ha analogia con la villa di Ranica, ma si differenzia da quella per avere simmetricamente al centro, costituito da 4 semicolonne di orsine ionico, un vicino scomparto di due lesene che viene ripetuto agli estremi della casa a chiudere la linea della facciata. Sopra il timpano triangolare centrale corre un attico su cui si ergono tre statue allegoriche ed all’estremo due vasi ornamentali”.

Di quale facciata si sta parlando? Domanda più che legittima, visto che la facciata visibile non corrisponde per nulla a quella descritta. In realtà il disegno di Simone Elia è stato realizzato per intero, ma purtroppo è nascosto dal muro di cinta e dai maestosi alberi del giardino. Per intravederne almeno una parte, occorre posizionarsi nella zona d’ingresso del Centro Polivalente e guardare al di là del muro.

Per quanto riguarda il giardino, questo era un notevole esempio di quel “giardino romantico” tanto di moda al tempo: alberi posti in apparente disordine, a simulare una natura non controllata (ma in realtà progettata in ogni spazio), corsi d’acqua, grotte e presenza di specie esotiche, come il viale di palme.

Ma torniamo alla storia: nel periodo delle Guerre d’Indipendenza la casa era di proprietà dei Camozzi: per questo Gabriele, il suo amico Francesco Nullo e altri patrioti si ritrovavano spesso a Torre Boldone. Non solo: quando la polizia austriaca li ricercava, si rifugiavano nella località Fenile, in casa Ostani, dove “cantavano inni patriottici e predisponevano scritti per i patrioti”.

A fine ‘800 la villa era di proprietà di un artista, Luigi Zanatta, che l’aveva avuta in eredità, con i terreni e le case coloniche annesse, dai conti Camozzi e all’inizio del ‘900 era della famiglia Tschudi.

Nel 1941 venne acquistata dalle Povere Figlie di Maria Santissima Incoronata, una congregazione femminile di Mantova: il loro nome deriva dalla devozione delle suore all’immagine della Madonna con il Bambino, entrambi rappresentati con la corona della regalità.

Pochi anni dopo nella casa di Torre Boldone le suore aprirono un orfanotrofio: la Seconda guerra mondiale aveva fatto strage di soldati e resi orfani tantissimi bambini che proprio in questi istituti trovavano accoglienza. Le persone più anziane del nostro paese ricordano sicuramente molto bene questi bambini, che partecipavano ai funerali e si spostavano in paese in fila per due, ordinati e disciplinati nella loro divisa, al seguito delle suore.

Per fortuna a partire dagli anni 60 queste istituzioni iniziarono a perdere importanza poiché gli orfanelli da accudire diminuirono. Le suore, con la loro sensibilità e attenzione, offrirono allora il proprio sostegno alla nostra comunità, rispondendo alle nuove necessità della popolazione, in grande aumento, del paese.

Si poteva vedere ogni giorno una suora uscire dall’Incoronata e attraversare la strada, per accogliere i bambini che le mamme affidavano loro perché impegnate nel lavoro. I bambini pranzavano all’Incoronata, giocavano, facevano i compiti aiutati dalle suore stesse e riprendevano a giocare fino al ritorno dei genitori.
Il calo delle vocazioni colpì anche le suore dell’Incoronata, che rimasero poche, troppo poche per continuare a farsi carico della grande villa e dei bambini.

E così Torre Boldone “perse” le suore mentre la Curia diocesana si ritrovò proprietaria di un palazzo storico, perfettamente conservato, arredato e corredato con mobili e suppellettili del 1700.

Purtroppo, la voce di questo tesoro si sparse e i ladri in pochi anni rubarono prima i mobili e le suppellettili, poi le colonnine dello scalone d’onore, le lastre di pietra dei gradini, gli stipiti, il camino: non restò più nulla. Gli anziani raccontano di ladri che parcheggiavano furgoni di notte sotto le finestre e si passavano attraverso di esse tutto quanto era possibile portare via.

Chi ha avuto occasione, anni fa, di poter entrare nella villa, è rimasto scioccato: al posto dell’elegante e scenografico scalone a 4 rampe dell’architetto Ferdinando Caccia, che partiva dal grande atrio, c’era un’enorme voragine. Si poteva salire ai piani superiori tramite scale di servizio, fatte di materiale poco pregiato: i locali, un tempo eleganti e raffinati, si susseguivano desolatamente vuoti. Unica traccia rimasta di una casa signorile ed elegante, alcuni affreschi a disegnare paesaggi.

E ora? Un edificio dal valore storico inestimabile continua a decadere, giorno dopo giorno. E un pezzo della nostra storia rischia di essere perduto per sempre.

Ma è bene non perdere la speranza, in fondo, sappiamo che i miracoli possono avvenire…

Bibliografia:
L. Angelini: L’architetto bergamasco Simone Elia del primo Ottocento