L’immagine che introduce questo capitolo, riporta una lapide murata nella parete destra del chiostro minore del Convento di S. Agostino a Bergamo e recita: «ISTUD MONIMENTUM EST MARTINI DE PALAZ OLLIS FAMILIARISQUE DOMINI GEORGII DE ZOPPO MCCCXIIIII», cioè: «Questo monumento è di Martino de Palazzoli e del suo familiare Giorgio Del Zoppo 1315».
Ma chi era Giorgio Del Zoppo?
Figlio di Bartolomeo (discendente da una famiglia longobarda), sappiamo che nacque intorno al 1285 (non abbiamo purtroppo l’anno preciso della sua nascita) e che visse per qualche decennio nelle proprietà di famiglia, nell’attuale Città Alta. I Del Zoppo erano decisamente benestanti: possedevano la Torre del Gombito, parecchi edifici nella zona di San Pancrazio e di S. Michele dell’Arco e, pare, parte delle terre e del castello di Costa di Mezzate.
A questo punto la domanda sorge spontanea: cosa c’entra Torre Boldone?
Giorgio era proprietario anche di una casa con un vasto terreno ad essa annesso e di abitazioni rurali nella zona che oggi chiamiamo Imotorre: nella fattispecie si tratta del terreno oggi occupato dall’ex orfanotrofio voluto da S. Luigi Maria Palazzolo e di tutta la zona nei dintorni.
È bene approfondire la storia di Giorgio e capire perché è stato importante per il nostro paese.
La famiglia Del Zoppo nel XII e nel XIII secolo era molto stimata a Bergamo: di origini longobarde, viveva nelle proprietà in città senza avere scontri con le famiglie ghibelline, pur essendo di parte guelfa. Diversi personaggi della famiglia rivestirono nel tempo importanti incarichi come consoli e rappresentanti del libero comune; si ricordano in particolare Jacopo, che nel 1237 contribuì a stendere il primo Statuto della città, e un altro Giorgio (probabilmente uno zio) che negli ultimi anni del 1200 rivestì il ruolo di membro del Consiglio cittadino.
Nel 1310 il “nostro” Giorgio è stato citato in un documento che riporta azioni sue e di altri personaggi di famiglie importanti di Bergamo, sempre di fede guelfa.
Sappiamo che nel 1324 era sposato (non si sa da quanto tempo) con Clara, che però morì lo stesso anno senza lasciare eredi.
Giorgio del Zoppo si espose in modo deciso a favore di Pavia in occasione della guerra del 1314 contro Milano e fu costretto a lasciare la città; con i suoi compagni guelfi corse in difesa di Pavia e solo con l’aiuto dei cremonesi il gruppo riuscì a rientrare nella bergamasca, rifugiandosi in alta Valle Seriana dove vennero accolti da Bono de’ Bucelleni, Signore di Gromo. Lì Giorgio conobbe Anexina, la giovane figlia di Bono.
Giorgio decise (o fu in qualche modo obbligato) di lasciare le sue abitazioni in città per trasferirsi nella casa di Torre Boldone dove lo aveva seguito un manipolo dei suoi soldati, capitanati da quel Martino Palazzolo che è citato nella lapide oggetto di questo capitolo.
È noto che Giorgio avesse molte armi ben nascoste, forse affidate ai cognati Bucelleni o forse depositate nel monastero di S. Agostino, delle quali però non ebbe mai bisogno a Torre perché la sua vita cambiò radicalmente.
Visse nella sua bella e confortevole casa insieme ad Anexina, che nel frattempo sposò, si dedicò a frequenti battute di caccia nei campi di Pedrengo, controllò l’operato di affittuari e braccianti che coltivavano le sue terre e con la moglie, sensibile quanto lui alle necessità delle persone, iniziò a sostenere le opere di carità dei religiosi della città, a favore dei più bisognosi.
Giorgio dopo i 50 anni iniziò ad avere problemi di salute sempre più seri, tanto che si trasferì nel convento di S. Agostino per essere curato e assistito; proprio nel convento instaurò ottimi rapporti con i monaci.
Fu nel convento di S. Agostino che il 28 luglio 1342, visto l’aggravarsi delle sue condizioni di salute, alla presenza di due notai e di diversi testimoni, dettò il proprio testamento.
Morì nella sua casa di Torre probabilmente nell’agosto del 1342 e la sua salma venne trasportata nel convento di S. Agostino e venne sepolta in una delle cappelle della chiesa, come da sua espressa volontà; lì venne posizionato un monumento funebre adeguato.
Per quel che concerne il testamento, ve ne è una copia nell’archivio della nostra parrocchia e rappresenta un documento molto importante per la storia del nostro paese.
Tale testamento è composto da 74 articoli e citiamo quelli che rappresentano le decisioni più importanti.
Al primo punto cita la chiesa di Torre per poi elencare un numero incredibile di persone alle quali decise di destinare denaro, beni e proprietà; successivamente sono elencati i legati per i conventi di S. Stefano (domenicani), di S. Agostino (eremitani), dei Frati minori francescani, dei Celestini di S. Gottardo. Vi sono inoltre donazioni a ciascun prete o cappellano di ogni chiesa e agli ospedali della città e dei borghi, oltre ad una sostanziale donazione anche per la Misericordia Maggiore di Bergamo, per il sostegno dei bisognosi.
È interessante notare che Giorgio destinò ai suoi affittuari di Torre 12 lire imperiali che Anexina avrebbe dovuto distribuire loro a suo giudizio; destinò inoltre 10 lire imperiali ai consoli di Pedrengo probabilmente memore dei danni arrecati durante le battute di caccia.
Torniamo alla nostra chiesa, citata per prima nel testamento (ricordiamo che essa sorgeva nella zona che chiamiamo San Martino Vecchio): “Disse, volle, comandò e ordinò che la chiesa di San Martino di Torre venisse dotata in modo tale che vi potessero convenientemente ed onorevolmente dimorare due presbiteri e due chierici”. Perché ciò fosse possibile, dotò la chiesa di 2 appezzamenti di terra, chiarendo che se le relative rendite non fossero state sufficienti, gli esecutori avrebbero dovuto attingere alle proprietà “quanto parrà giusto e sufficiente”.
Giorgio chiese che il prete che allora si occupava della chiesa (prete Grazio da Rovetta), continuasse a farlo e che fosse lui a scegliere in autonomia il secondo prete e i due chierici. Lo stile deciso dell’uomo pratico e potente si intuisce dal codicillo nel quale afferma chiaramente che nel caso in cui il Vescovo avesse deciso di non confermare la scelta dei preti e avesse voluto modificarla, le donazioni avrebbero dovuto essere immediatamente annullate.
Nonostante sia certo che la nostra antica chiesa avesse già dei beni che consentivano al prete di poterla gestire, l’entità della donazione (un centinaio di pertiche di terra fertilissima nella zona dove sorgeva la chiesa) consente ragionevolmente di considerare Giorgio Del Zoppo il fondatore del beneficio parrocchiale.
E Anexina? La donna aveva più volte espresso al marito la volontà di entrare in monastero dopo la morte dello stesso, e Giorgio approvava tale volontà: questo è dimostrato da quanto si legge nel suo testamento.
Giorgio le concesse 4 mesi di tempo per decidere del suo futuro e lei scelse prima del termine: sarebbe diventata monaca e avrebbe costruito il suo monastero nella stessa casa dove aveva vissuto col marito.
(Bibliografia: Luigi Cortesi, Tor Boldone, 1985; Rosella Ferrari, Torre Boldone e le sue chiese, 2014; Bortolo Belotti, Storia di Bergamo e dei bergamaschi, prima edizione)
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